Il caso Brescia - Sorelli


Brescia, processo «Sorelli»: la corte di appello conferma tutte le assoluzioni 
Il 31 marzo 2009 la Corte di Appello di Brescia ha confermato la sentenza di primo grado del 6 aprile 2007 che mandò assolti con formula piena tutti gli imputati del processo «Sorelli» (sei maestre, un bidello e un sacerdote).
Dopo una breve camera di consiglio, il Presidente Giacomo Sartea ha letto il dispositivo di conferma integrale della prima sentenza, scagionando definitivamente gli imputati e condannando contestualmente le parti ricorrenti (ovvero i genitori) al pagamento delle maggiori spese processuali.
Il verdetto (come il precedente) non lascia il minimo spazio a dubbi e giunge al termine di un processo di Appello iniziato ai primi di ottobre dello scorso anno. Esso sancisce in modo inequivocabile uno dei più clamorosi casi di falso abuso sui minori della storia italiana.
Nelle pagine che seguono riportiamo una nostra prima riflessione seguita da una breve descrizione dei fatti, già pubblicata nel 2007 dopo l’assoluzione di primo grado sul sito falsiabusi.it.  


La sentenza di assoluzione in appello nel processo “Sorelli” di Brescia è molto importante. Con essa giunge a conclusione il primo grande caso di falsi abusi collettivi avvenuto in Italia. Secondo l’ipotesi accusatoria le scuole materne comunali di Brescia erano il campo di azione di una banda di pedofili satanisti che conduceva una sistematica attività incentrata sull’abuso sessuale dei piccoli scolari, i quali durante l’orario scolastico venivano condotti in case, palestre, chiese, e qui brutalmente abusati. Quindi venivano ricondotti a scuola e riconsegnati ai genitori, i quali non si accorgevano di nulla.
La storia ha una genesi nota: una madre spaventata da alcuni comportamenti erotizzati della figlia, ritenendo (a torto!) che tali comportamenti siano anomali, inizia a porre domande alla bambina, senza rendersi conto di indurre le risposte. La chiave è tutta lì: le domande induttive.
Una madre che teme che il proprio figlio abbia subito un abuso sessuale non pone le domande in modo tranquillo: lo fa trasmettendo ansia al bambino, esercitando pressioni, non accettando risposte evasive (quelle che da normalmente il bambino quando non capisce le domande).
Il bambino viene sottoposto a un autentico interrogatorio. Ripetutamente, davanti all’altro genitore, davanti ai parenti, ai genitori dei compagni di classe, ad una telecamera…
Poi la madre racconta alla madre di un altro bambino, compagno di classe: “mia figlia mi ha detto che …”. E l’altra madre fa al proprio figlio le stesse domande inducenti, con la stessa ansia, esercitando inconsapevolmente le stesse pressioni. E alla fine ottiene le stesse risposte o, più correttamente, le stesse “non risposte”.
È il “contagio dichiarativo”, il fenomeno delle “dichiarazioni a reticolo”, ben noto alla psicologia.
A Brescia il contagio dichiarativo ha portato a due tormentati processi giudiziari per due differenti scuole materne. Entrambi i processi hanno alla fine accertato che i fatti non sussistono: i bambini non hanno subito abusi. Le dichiarazioni riportate dai genitori o dagli psicologi sono frutto di induzione.
Tutto bene quel che finisce bene? No, ci sono diverse cose che ci rammaricano profondamente.
La prima è il coro di quanti, per ingenuità od opportunismo, sostengono attivamente l’operato delle famiglie denuncianti i presunti abusi, ottenendo come risultato quello di far sprofondare sempre di più i bambini e le loro famiglie nel convincimento che gli abusi ci sono stati realmente. I bambini (inizialmente sani!) finiscono costretti a sedute di psicoterapia, sottoposti ad interrogatori, strappati via dall’ambiente in cui stavano crescendo, dalle abitudini, dai compagni. Gli applausi e la solidarietà ricevuti, l’attenzione dei politici, della stampa, delle sedicenti associazioni a difesa dei bambini costituiscono per le famiglie denuncianti una formidabile spinta a perseverare nell’errore. Il danno che i bambini avranno subito alla fine (in buona misura grazie a questo “sostegno”) sarà paragonabile a quello che avrebbero subito se fossero stati realmente abusati.
La seconda cosa è il cattivo funzionamento del sistema giudiziario italiano, che privilegia l’accusa e penalizza la difesa. Per non parlare, poi, dei tempi lunghissimi che servono perché un procedimento investigativo o giudiziario giunga a conclusione.
Ci rammarica constatare quanto scarso sia il livello di preparazione di molti degli psicologi che operano sui bambini, inclusi alcuni consulenti tecnici dei Tribunali. Troppe volte abbiamo sentito affermare che esistono sintomi psicologici tipici dell’abuso sessuale, anche se le ricerche psicologiche hanno ormai ampiamente smentito questa vecchia teoria riconoscendo che l’abuso sessuale è psicologicamente indistinguibile da altri tipi di traumi o situazioni di stress.
Infine ci rammarica che la stampa dia eco e risonanza ai procedimenti di custodia cautelare a carico degli indagati per pedofilia, ma non faccia lo stesso nel momento in cui quegli stessi indagati vengono scagionati.
L’orco fa notizia, il falso abuso no.
È invece importante che si dia ampia eco alle vicende che si rivelano essere dei falsi abusi. È importante che si sappia che non è vero che nelle scuole materne italiane operano bande di pedofili. È essenziale che i genitori vengano messi a conoscenza dei meccanismi con cui una domanda fatta ad un bambino piccolo può indurre una risposta falsa.
È importante innanzitutto per i bambini, la cui vita viene fortemente destabilizzata da una situazione di falso abuso. È importante per le famiglie. È importante per noi tutti, cittadini italiani, giacché oggi in Italia chiunque può venire colpito da una falsa accusa generata da domande inducenti fatte a un bambino molto piccolo. Vedersi la vita rovinata da una accusa di abuso ai danni di un bambino è assai più facile di quanto non si pensi comunemente. A Rignano Flaminio lo abbiamo imparato sulla nostra pelle.

 
SCUOLA materna "SORELLI": IL SONNO DELLA RAGIONE
GENERA STREGHE...
 
Breve cronaca dei fatti
Tutto ha inizio nel maggio del 2003. Tra i genitori della materna Sorelli di Brescia, una mamma va dicendo che la propria figlia, assieme ad altri bambini, è stata portata fuori dalla scuola durante il normale orario di frequenza e consegnata a persone non identificate per essere sottoposta ad abuso sessuale allo scopo di produrre e fare commercio di immagini pornografiche.
Il contenuto di questo sospetto riproduce in fotocopia quanto in città si crede possa essere accaduto un anno prima in altra materna comunale, e motivo di un inchiesta all’epoca ancora in corso.
Immediatamente monta l’allarme tra le famiglie. Interrogati, i bambini parlano di «uscite autorizzate», senza riferire di violenze. Questo non riesce a rassicurare i genitori che decidono ugualmente di fare verificare i racconti all’autorità giudiziaria.
Alcuni di loro sporgono le prime denunce contro il personale della scuola materna e danno inizio all’indagine della magistratura.
Gli inquirenti, come detto, sono già impegnati in analoga inchiesta e sono ancora alla ricerca delle prove su una presunta banda di pedofili. Si mostrano, perciò, propensi a credere alla genuinità delle preoccupazioni espresse dai genitori e puntano le loro attenzioni sulle due maestre che gestiscono la sezione frequentata dalla bambina la cui mamma ha innescato la dinamica emotiva che travolgerà la scuola.
Passata l’estate, a settembre, i magistrati titolari dell’inchiesta chiedono l’arresto in carcere per le due maestre.
Alla base di questa decisione non vi è alcun riscontro oggettivo, nessuna prova. Questa scelta palesa essenzialmente un pregiudizio di colpevolezza: molti saranno indotti a credere, invertendo causa ed effetto, che l’incarcerazione di per se stessa è la “prova” e che qualcosa sia veramente accaduto.
Alle prime denunce, nel tempo ne seguiranno altre. Alla fine saranno ventidue i bambini coinvolti nelle presunte «uscite non autorizzate». Per effetto del moltiplicarsi dei racconti sollecitati ai bambini, progressivamente tutto il personale della scuola viene nominato e quindi indagato.
A partire dalle prime denunce e parallelamente alle scelte operate dalla magistratura, l’insieme di alcuni accadimenti concorrono ad orientare e consolidare nell’opinione pubblica un generale convincimento di colpevolezza: l’informazione locale inizia a diffondere la notizia come credibile e sul territorio si moltiplicano conferenze e iniziative sul tema dell’infanzia minacciata dalla pedofilia. Si sviluppa la speculazione politica (con scambi di accuse sulla mancata vigilanza) e si giunge alla affissione non autorizzata di manifesti agli ingressi delle scuole materne cittadine recanti l’espressione: “Fuori i pedofili dalle materne”. Si assiste allo stanziamento di finanziamenti pubblici e privati a favore delle famiglie dei bambini presunte vittime di abuso.
La città, messa di fronte a questo sospetto, reagisce secondo una istintiva logica solidaristica.
Ognuno di noi è portato a identificarsi e schierarsi più facilmente con la “sofferenza” dei bambini e delle famiglie, rifuggendo da chi è anche solo sospettato di un crimine tanto infamante.
Nessuno, per primi i magistrati che indagano, si è preoccupato di capire chi sono le persone accusate e di ascoltare cosa esse avevano da dire.
Non è stato concesso alcuno spazio a spiegazioni alternative su che cosa avesse in realtà indotto i genitori a denunciare. Sulle persone indagate è stato applicato fin dall’inizio un vero e proprio principio di colpevolezza preventiva.
 
Giugno 2004, si chiude l’inchiesta. I magistrati chiedono il rinvio a giudizio per tutte le maestre e gli ausiliari della materna Sorelli e anche per tre sacerdoti delle parrocchie del quartiere, due parroci e un curato. Essi, ricalcando un luogo comune ricorrente, ipotizzano con la partecipazione al crimine di istituzioni corrotte la vasta complicità e le coperture necessarie che permettono (alla presunta banda di pedofili) di continuare a produrre e mercificare materiale pedo-pornografico servendosi dei bambini iscritti nelle materne comunali (senza timore alcuno, e nonostante vi sia un’inchiesta in corso in un’altra scuola materna, la scuola «Abba») .
La dimensione del crimine che la Procura va configurando e la riconosciuta levatura morale dei sacerdoti coinvolti iniziano a fare sorgere i primi dubbi. In maniera trasversale agli schieramenti politici viene manifestata solidarietà ai due parroci. Anche il vescovo difende la rettitudine dei propri sacerdoti. Altre voci si levano perplesse.
Tra di esse quella di don Neva, prelato molto conosciuto in città per dinamismo e impegno civile. Egli, spinto da un motivato convincimento e in seguito all’acquisizione di precisa conoscenza degli avvenimenti, con un’azione coraggiosa si espone pubblicamente, affermando non solo l’innocenza di tutte le persone indagate (sia per il caso Sorelli che per il caso Abba) ma anche la certezza per cui in queste materne non sono mai avvenuti i fatti denunciati.
Per fare questo viene allestito un gazebo, dove saranno raccolte centinaia di firme in favore degli indagati.
Alcuni giorni dopo, non meno di 400 cittadini sfilano in una fiaccolata silenziosa fin sotto le mura del carcere dove sono detenute ingiustamente le due maestre per manifestare loro solidarietà. Sul posto si alternano preghiere e canti.
Nasce il comitato Liberi Nella Verità. L’informazione locale viene risvegliata improvvisamente dal suo torpore dopo mesi di appiattimento sulla tesi colpevolista.
In Procura, dopo la richiesta di rinvio a giudizio da parte del Pubblico Ministero, segue invece una fase convulsa di gestione dell’iter giudiziario. I giudici preposti archiviano la posizione dei due parroci e di una ausiliaria della materna respingendo anche gli ulteriori ricorsi. Rimarrà invece confermato il rinvio a giudizio per tutti gli altri indagati.
Saranno gli stessi imputati, con una scelta fuori dalla prassi e rinunciando ad alcune garanzie previste per legge, a chiedere di essere processati al più presto per poter dimostrare la loro innocenza.
Dall’ottobre del 2004 ad oggi, davanti ai giudici della 2° sezione penale, le udienze si susseguono a ritmo serrato. Nel luglio del 2005 lo stesso collegio giudicante respinge la richiesta di proroga dei termini di custodia cautelare per le due maestre arrestate, restituendo loro completa libertà dopo 10 mesi di carcere e ulteriori 12 mesi di arresti domiciliari.
 
2 - Come nasce l’accusa
è fondamentale, per capire la dinamica dei fatti, collocare nel contesto temporale le prime denunce, posizionandosi mentalmente al maggio del 2003.
Per curiosa coincidenza, si è appena chiusa l’inchiesta sulla scuola materna Abba con la richiesta di rinvio a giudizio di personale operante nella scuola e con un bidello che si trova già in carcere in custodia cautelare.
La città è scossa e mancano informazioni precise sui fatti: saranno le sole scelte operate dalla magistratura a indurre tutti a credere che in una scuola materna comunale della periferia alcuni bambini siano stati abusati sessualmente da persone non identificate, al fine di produrre materiale pedo-pornografico per alimentare un odioso mercato dai lauti guadagni.
In questo clima di allarme sociale e di messa in discussione della fiducia nelle scuole materne cittadine (carburante di prevedibili meccanismi di trasferimento del sospetto), una mamma sta da tempo osservando con timore il comportamento della propria figlia.
è il settembre del 2002: la bimba inizia a frequentare la scuola materna Sorelli ed è assegnata alla sezione in cui è presente, da quest’anno, una maestra che proviene proprio dalla scuola materna Abba. Circola tra i genitori una informazione distorta, per la quale alcune maestre sarebbero state trasferite dalla scuola Abba in relazione ai presunti fatti accaduti. è facile immaginare quali dubbi possano aver tormentato questa mamma. In realtà, quattro maestre chiesero di loro iniziativa il trasferimento dalla scuola Abba e l’amministrazione comunale decise di assegnare tre di loro alla scuola «Sorelli».
Una sera del maggio 2003 la bambina, sollecitata dalla madre, parla di un’uscita scolastica. è il racconto che farà esplodere nella madre una paura da tempo latente.
Tutto ciò che segue viene inequivocabilmente alterato dalla suggestione della mamma che interroga la piccola in cerca di possibili riscontri, utilizzando tra l’altro le informazioni ricevute da un’amica psicologa che per motivi professionali conosce la vicenda Abba.
Attivando inconsapevolmente un tipico meccanismo di induzione, alcune circostanze introdotte per poter essere verificate “passano” nel racconto compiacente della figlia.
La bambina, nonostante il tentativo di ricalcare i temi introdotti dalla madre, non riferisce in alcun modo di abusi. Il suo racconto, tolte le evidenti contaminazioni della mamma, rimane in una descrizione di contesti riferiti ad una uscita didattica autorizzata.
Il sospetto di possibili risvolti pedofili nascosti dietro queste uscite è quindi solo un timore della madre.
Siamo di fronte a qualcosa che attiene più alle ineffabili intuizioni materne che all’ordine reale delle cose. La stessa madre in seguito sosterrà, secondo le medesime dinamiche, che anche un altro suo figlio sia stato oggetto d’abuso.
La figlia avrà modo nei giorni seguenti di smentirsi, restituendo così la logica più accettabile agli avvenimenti di quella sera di maggio. Le indagini della madre, fin dall’inizio orientate esclusivamente alla ricerca ossessiva di elementi di colpevolezza, sembrano non dare importanza alla ricostruzione esatta e alla contestualizzazione di questo fondamentale episodio.
 
Pochi giorni dopo vengono contattati alcuni genitori di bambini frequentanti la scuola Sorelli e, alla presenza dell’amica psicologa e di un sacerdote (che verrà in seguito indagato e imputato...), presentati quali persone “esperte e competenti” in materia di abusi, viene riferito dell’episodio accaduto.
Tra i genitori è il panico: l’iniziale incredulità cede presto il passo alla rabbia. In un contesto di forte emotività la paura che un abuso ci sia stato prende il sopravvento, diventando subito certezza. Nel breve volgere di ventiquattro ore e sulla base di improbabili riscontri condotti in prima persona, anche per altri genitori è raggiunta la “conferma” che i propri figli sono stati certamente coinvolti nelle uscite non autorizzate.
Resi ostaggio di un dubbio logorante, i genitori non riescono a rapportarsi serenamente con i propri figli: per interrogarli, prendono spunto da quanto si crede possa essere accaduto alla scuola Abba.
Per questo motivo, un racconto che non conferma le proprie attese viene interpretato come reticenza, o peggio, come frutto di minacce ricevute a non svelare il presunto abuso patito.
Nel convincimento di dover vincere tali resistenze a confidarsi vengono operate insistenze e messi in atto vari stratagemmi suggestivi. Il risultato è che questi bambini, finiscono per rendere racconti approssimativi e paradossali, ossia caratterizzati da passaggi dai contorni indefiniti e inverosimili, pur senza riferire di violenze.
Mentre è stridente il contrasto tra la genericità delle affermazioni ottenute dai bambini e le convinzioni che da esse ne traggono i genitori, non può passare inosservato che fino al giorno prima nessuno aveva notato nulla nei figli che potesse dar adito a dubbi o preoccupazioni.
 
Dunque, diversamente da quanto molti credono, le prime denunce del maggio 2003 non scaturiscono da evidenze fisiche di violenza o spontanei ed esaurienti racconti di abuso resi dai figli, ma da un sentimento irrazionale di paura che spira da tempo sulla scuola materna Sorelli.
Un sentimento generato esclusivamente dalla presenza di maestre provenienti dalla scuola materna Abba e reso virulento dall’apprensione di una mamma e dagli irresponsabili comportamenti di improvvisati “esperti”.
Mentre il clamore della notizia rischia di travolgere la città, sul tavolo degli inquirenti vanno accumulandosi quantità di verbali riportanti i racconti riferiti dai genitori e attribuiti ai bambini. Null’altro viene posto a corredo di queste denunce. L’autorità giudiziaria avrà modo di vedere e ascoltare per la prima volta i bambini in incidente probatorio solo alcuni mesi più tardi.
Il pregiudizio di colpevolezza è così forte che le maestre non vengono nemmeno sentite per poter dar loro modo di fornire spiegazioni.
 
3 - Come si è alimentata la psicosi
In pochi giorni tutto subisce una improvvisa accelerazione. La quotidianità di questi bambini è subito stravolta. Ritirati dalla scuola materna, in un drammatico crescendo, si incomincia a rappresentarli come vittime di cose «cattive» accadute nella scuola, per cui si giustifica l’allontanamento con la necessità di proteggerli.
Parenti, amici, conoscenti: nessuno può mettere in discussione i presunti abusi e scatta una solidarietà obbligata. Anche le necessità dell’indagine in corso contribuiscono ad accrescere il clima irreale in cui vengono precipitati questi bambini, costretti ad incontri con l’autorità giudiziaria, incidenti probatori, visite psicologiche, visite mediche in cui verranno spogliati e fotografati.
Prima di ogni incontro i genitori preparano i figli, spiegando che dovranno raccontare le «cose cattive» subite nella scuola e per poter dare il «giusto castigo» alle maestre.
In realtà, questa inchiesta alla fine vivrà più delle cose riferite dai genitori che di quelle ascoltate direttamente dai bambini.
Nel frattempo, fin dal primo incontro, si è costituito tra i genitori un vero e proprio gruppo di lavoro che darà forza e sviluppo successivo all’accusa. Molti si mostreranno animati dalla paura assillante di non essere creduti e cercheranno in tutti i modi di arrivare a trovare le prove alle loro accuse. Il gruppo elabora convintamente la teoria dell’esistenza di una sorta di “cupola cittadina” del male, costituita da esponenti corrotti di istituzioni e persone facoltose, diffondendo l’idea, priva di riscontri, che Brescia sia città tra le prime in Italia per produzione di materiale pedo-pornografico. Si stabiliscono contatti con chi accusa nella materna Abba, interviene anche una sedicente associazione in difesa dei bambini.
Alla prima psicologa se ne aggiungeranno altre, legate da conoscenza professionale e già coinvolte nel caso Abba. Esse faranno quadrato in difesa della collega e di se stesse. La loro scuola di pensiero sull’argomento è nota. Con libriccini e conferenze alimentano una disastrosa cultura del sospetto in temi di abusi. La loro opera verrà apertamente sconfessata da autorevoli studiosi di queste problematiche. Esse forniranno terapia ai bambini e ai genitori, dai quali riceveranno denaro. Gli stessi genitori rifiuteranno invece la consulenza di chi mette in dubbio l’idea di trovarsi di fronte a minori realmente abusati.
 
Intanto, gli animi sono sempre più esasperati. La scuola viene piantonata, il personale pedinato. Appaiono scritte sui muri che chiedono l’incarcerazione delle maestre. Un bidello subisce un aggressione fisica da parte di un genitore. Lo stesso genitore, in seguito, aggredirà un testimone della difesa (per entrambi i casi è stata sporta denuncia).
è in questo clima avvelenato (saldato con le infelici scelte della magistratura) che anche altri genitori vengono convinti a denunciare. Sospetti e paure incominciano a diffondersi anche in altre scuole materne, in città è iniziata la caccia alle streghe.
 
Si moltiplicano i racconti dei bambini, sempre più fantasiosi, frutto del clima di investigazione permanente che si è instaurato nelle famiglie. I genitori, giustificati dall’idea che abuso ci sia stato, continuano a sollecitare i bambini a raccontare, in una sorta di pretesa terapia liberatoria del dramma, ma anche nel tentativo di recuperare elementi utili all’accusa. Questa pretesa fallirà miseramente.
Iniziano le perlustrazioni in quartiere in compagnia dei propri figli alla ricerca della casa dell’orco. Il risultato consiste nella segnalazione alla Procura di numerosi abitanti del quartiere, additati a vista dai bambini come i “cattivi” della banda e subito segnalati alle forze dell’ordine quali elementi sospetti. Nei faldoni dell’inchiesta finiranno archiviate più di cento fotografie di ignari concittadini chiamati in causa in questa maniera demenziale. Tutte queste posizioni verranno ovviamente archiviate dagli inquirenti, dato che appare evidente come questi bambini, continuamente stimolati a rappresentare il loro presunto dramma, indichino persone e abitazioni a caso pur di compiacere le attese degli adulti.
 
Nuovi colpevoli entrano in scena, suggeriti dagli stessi genitori, con l’intento di verificare le posizioni di tutto il personale scolastico e successivamente la presenza dei sacerdoti.
Puntuali scattano le denunce, circostanziate solo dal fatto di comparire nei nuovi racconti così ottenuti.
Con le maestre in carcere l’indagine ha assunto oramai una direzione obbligata e i magistrati, muovendosi nell’ipotesi di avere a che fare con una banda di pedofili che viene progressivamente smascherata dai bambini, provvedono all’iscrizione nel registro degli indagati e inviano i relativi avvisi di garanzia. è offerto così l’avvallo giuridico ai propri convincimenti di colpevolezza.
 
Il tema del grido silente di aiuto dei propri figli sarà capace di esercitare un formidabile ricatto affettivo su alcune madri facendo scattare quella che viene definita la “trappola cognitiva”.
Paradossalmente solo la conferma del sospetto permette la catarsi liberatoria dall’angoscia. Il risultato è che i piccoli rimangono inascoltati quando negano di avere subito violenze riferendo solo della normalità della vita scolastica, equivocando anche il loro rifiuto al continuo tornare sull’argomento.
Alcuni bambini «capitolano» solo dopo mesi di pressioni, e anche quando provano a smentirsi non vengono creduti.
 
Il sostegno del gruppo, l’avvallo delle psicologhe e il silenzio delle istituzioni agisce da rinforzo ai propri convincimenti, generando uno stato emozionale collettivo che più e prima dei racconti dei bambini pretende di essere verità di per se stesso, e dunque prova.
Uno stato emozionale che comunica anche a molti osservatori esterni una fuorviante sensazione di attendibilità. La loro posizione si può così riassumere: «per quanto questa accusa possa apparire incredibile, e anche se non si riesce a provarla, noi sentiamo che è così e un genitore su certe cose non si sbaglia!» è questo in realtà un fenomeno di psicosi ampiamente descritto in letteratura.
 
4 - La mancanza di prove
Ogni teoria investigativa è lecita quanto fallibile.
Dopo un anno di indagini (maggio 2003 – giugno 2004) i magistrati non trovano alcuna prova materiale che avvalli l’accusa lanciata dai genitori.
La vita privata degli indagati viene passata al vaglio senza scrupoli. Intercettazioni, perquisizioni e controlli però non danno alcun riscontro. Di fotografie o filmati pedo-pornografici nemmeno l’ombra. Nessun arricchimento indebito. Nessun testimone di questi presunti spostamenti. Durante le prime udienze del processo, che si apre nel dicembre del 2004, gli agenti di polizia giudiziaria testimoniano davanti ai giudici di non avere mai trovato alcun elemento che giustificasse il proseguimento dell’indagine stessa!
 
Anche gli scenari prospettati dall’accusa appaiono fortemente inverosimili.
·         è possibile credere che, proprio in un momento in cui in città le istituzioni vigilano con la massima attenzione a causa dell’indagine Abba ancora in corso e con il dramma di un collega incarcerato, in un altra scuola materna ci si organizzi per abusare dei bambini?
·         è possibile credere che addirittura tutto il personale, nessuno escluso, di questa scuola si lasci coinvolgere in un crimine tanto infame?
·         è possibile ipotizzare che tutto il personale della scuola materna sia affetto da gravi forme patologiche di perversione sessuale?
·         è possibile credere che in un quartiere popoloso, dove tutti si conoscono, nessuno noti il continuo via-vai di bambini che entra ed esce dalla scuola in orari disparati e con altrettanto disparati mezzi di locomozione?
·         è possibile credere che per tanti mesi (dall’inizio dell’anno scolastico nel settembre 2002, alla prima denuncia nel maggio 2003) nessun genitore si accorga di nulla, di segni fisici o disagio psicologico, nonostante le violenze di ogni genere a cui sarebbero stati sottoposti i propri figli?
L’accusa cerca di fare intendere la scuola come un mondo chiuso, dove ci si può muovere lontano da sguardi indesiderati.
Al contrario, siamo in presenza di una situazione estremamente dinamica dal punto di vista delle presenze adulte: i genitori posso accedere tra le 8 e le 9 per l’inizio della attività didattica, poi si ripresentano per le uscite dei figli una prima volta tra le 12,45 e le 13,00 una seconda tra le ore 15,45 e le 16,00.
Oltre ai genitori, in qualsiasi orario, possono entrare nella scuola numerosi incaricati come: insegnanti di sostegno, fattorini per la consegna di posta interna, addetti alle manutenzioni, gli stessi responsabili scolastici.
Dalle ore 16 in poi (per la gestione del tempo prolungato), alle maestre di ruolo se ne avvicendano altre dipendenti da cooperative in appalto.
Infine, durate l’anno scolastico, più supplenti hanno sostituito in vari periodi le maestre di ruolo in assenza giustificata.
L’attuazione di questa ipotesi di reato nell’ampiezza e modalità contestati dall’accusa, oltre ad essere difficilmente realizzabile, presuppone capacità e determinazione criminale difficili da intravedere in un gruppo di persone incensurate, tutte con significativa anzianità di servizio, caratterizzate da condotte professionali limpide e mai contestate.
Molti di loro sono impegnati a crescere i propri figli, tutti hanno scelte di vita consolidate.
Insomma, un gruppo di colleghi di lavoro caratterizzato da semplice frequentazione professionale che si forma nuovo nella scuola all’inizio di quel anno scolastico.
Ma davvero c’è qualcuno che può credere che, ad esempio, durante una pausa caffè, semplicemente, un collega di lavoro abbia potuto proporre a tutti gli altri: “ma perché non arrotondiamo lo stipendio abusando di qualche bambino”?
 
5 - I riscontri medici non confermano le presunte violenze
I pediatri di famiglia sono i primi a visitare questi bambini ancora nel maggio 2003 contestualmente all’insorgere dei primi sospetti e delle prime denunce.
Essi, assolvendo l’obbligo di segnalazione all’autorità giudiziaria previsto nel caso, rendono una testimonianza importante certificando per iscritto di non avere trovato, sebbene li avessero specificatamente ricercati, segni indicativi di violenze fisiche o di abuso sessuale e di non aver notato, durante le visite ai piccoli pazienti, alcun loro comportamento strano e meritevole di segnalazione.
Solo a distanza di alcuni mesi si sono svolte, senza aver dato la possibilità ad alcun rappresentante la difesa di presenziare, alcune visite a Milano presso un medico incaricato dai magistrati.
Egli, osservando microlesioni nell’esame di un bambino, parla di «possibile compatibilità con l’abuso sessuale».
è un brutto vizio quello di voler rendere sempre e comunque tutto compatibile con l’abuso.
Forse la Procura non sa di avere affidato l’incarico ad un medico di “fiducia” da anni discusso e al centro di numerose polemiche per aver certificato abusi mai avvenuti, in altre consulenze già clamorosamente smentite.
In aula, le perizie dell’esperto nominato dall’accusa vengono dichiarate inutilizzabili e vengono respinte. Con buona pace dell’esperto stesso e dei pubblici ministeri che lo hanno nominato.
 
6 - Il lavoro degli psicologi, ovvero «esperti contro esperti»
Puntuale, come spesso accade in questo genere di inchieste, le conclusioni dei consulenti incaricati rispettivamente da accusa e difesa risultano essere diametralmente opposte.
Lasciamo ad altri le scorciatoie semplicistiche per cui questo è il risultato del gioco delle parti.
In realtà è noto come la psicologia e le discipline che si occupano in genere dell’interpretazione dei comportamenti umani possano offrire un contributo importante, ma non risolutivo in una materia (l’osservazione clinica di un minore in età prescolare sospettato di abuso sessuale) che rimane oggetto di controverso dibattito anche tra gli addetti ai lavori.
 
Dalle osservazioni cliniche degli incaricati dalla procura non riesce ad emergere alcun elemento veramente degno di rilievo.
Ci lascia perplessi il risultato delle audizioni peritali condotte prima del processo dove, in mancanza di un vero contraddittorio, reticenze ed enfatizzazioni dei genitori, pur a legittima difesa dei propri convincimenti, portano a non offrire tutti gli elementi oggettivi di giudizio.
Non riescono così ad emergere, perché accuratamente occultate, nemmeno situazioni di disagio familiare pubblicamente note nel quartiere e vissute in prima persona da alcuni bambini pretesi abusati.
La stessa Procura avrà modo di chiedere più volte ad alcuni genitori per quale motivo, in sede di valutazione peritale, alcuni contesti familiari particolarmente scabrosi non siano stati resi noti agli inquirenti.
 
Ci preoccupa anche l’enorme pressione ambientale in cui si sono mossi coloro che hanno prestato la loro opera specialistica per sostenere l’accusa. Non ci convincono quando sconfinando dalle loro competenze e vestono i panni degli investigatori, affermando che, «dato che questo è successo alla scuola Abba, allora può essere credibile che sia successo anche in questa scuola», scordandosi ovviamente come i presunti fatti accaduti alla scuola Abba siano, appunto, «presunti», e tutt’altro che acclarati.
 
Ma ciò che più lascia sconcertati è vedere come questi consulenti dell’accusa, più volte messi in difficoltà dalle domande incalzanti, mostrano di non essere aggiornati in materia e di non conoscere più di tanto autori e testi che vanno poi citando nelle loro perizie.
Una “debolezza” professionale che li espone ancor più all’inevitabile “ricatto” ambientale.
 
Infine più delle valutazioni di qualunque esperto e di immediata e intuitiva comprensione per ognuno di noi è l’ascolto di alcune audiocassette che registrano i colloqui tra i bambini coinvolti e le loro madri.
L’unico documento originale in presa diretta capace di spiegare i racconti dei bambini.
Desta impressione la furia inquisitoria a cui vengono sottoposti questi bambini, capace di suscitare disagio anche in un ascoltatore adulto.
Se si pensa che, per stessa ammissione di alcune madri, questi trattamenti sono durati per mesi e mesi, si palesa in tutta la sua evidenza l’induzione e l’abuso emozionale a cui essi sono stati continuamente sottoposti.
Non ci stupiamo di alcuni loro atteggiamenti di regressione, come la paura di allontanarsi dai genitori.
Sintomi che, guarda caso, sono insorti solo posteriormente alle prime denunce del maggio 2003, ma non sono mai stati riscontrati nel periodo dei presunti abusi!